Generare Sapere
June 10th, 2009 | Published in 2009, Persone
Il 13 giugno a Milano si terrà il Momcamp. Sarà un primo momento di incontro pubblico tra mamme perlopiù lavoratrici, perlopiù con il pallino della rete e che ora vedono nella formula del barcamp una modalità produttiva per confrontarsi tra le proprie esperienze. Non si deve pensare a un incontro tra le mitiche geekgirl, l’avanguardia femminile dell’internet nostrano, per le quali i codici della rete digitale risultano più chiari che ai maschietti, costretti a rincorrerle per i rivoli di friendfeed e dei social network più à la page del momento. Piuttosto, come si legge in un post del sito, le “mamme nella Rete non sono solo tutte quelle che si ritrovano online nei forum, nei blog e nei commenti, sui socialnetwork… Le mamme creano una Rete ogni giorno, anche al parco dove portano i bambini a giocare”.
Traduco con delle parole che mi sento vicine: non è tanto la tecnologia in sé (e quindi la possibilità materiale e culturale d’accedervi) a creare la rete. La rete, che è forse l’immagine più sensibile di un operare collettivo e comune, è riconoscibile nelle pratiche quotidiane, indipendentemente dalle diavolerie informatiche che le supportano e di cui chiaramente non possiamo esser schiavi. Essere in rete è probabilmente il riconoscere che la propria necessità corrisponde esattamente alla necessità altrui, nel modo in cui la cura dell’altro è la cura di noi stessi. Mi chiedo se esista forma più evidente di questa relazione se non nella maternità, dove la traccia della propria felicità è inseparabile dall’essere che si è generato.
Nel testo Immunitas di Roberto Esposito, autore che molto ha dato per le categorie di quello che possiamo chiamare intercultura, troviamo un’analisi del rapporto appunto immunitario che caratterizza le società moderne: per difenderci si creano a tal punto barriere da rendere il nostro organismo non più in grado di relazionarsi e quindi costretto a una mortifera solitudine. Tanto a livello soggettivo, individuale, quanto politico e globale. In una disanima così terribile, il filosofo ci lascia una briciola di speranza, ricordandoci come la relazione biologica tra la madre e il feto sia assolutamente non immunitaria, e cioè fondata sulla continua relazione tra i due organismi di modo che la vita dell’uno è relazionalmente dipendente dall’altro.
Insomma il nostro codice genetico, come del resto quello ecologico, è costituito da un equilibrio di relazioni, di attenzioni e riconoscimenti reciproci, indipendentemente dai quali è forse possibile sopravvivere ma non certo vivere (che come sappiamo da Aristotele, è vivere bene, felicemente).
Considerazioni come queste mi avvicinano molto al senso di un’esperienza come quella che si sta producendo a Padova per il barcamp Intercultur@. E’ difficile parlare di intercultura. I tempi sono socialmente quelli che sono, e il termine non è tra i più congeniali alla semplicità che viene richiesta o imposta. I tempi, o chi per loro, però, contemporaneamente comunicano la necessità, una necessità simile a quella della relazione di maternità, a riconoscere nelle pratiche altrui il fondamento del nostro benessere e quindi nella nostra pratica la possibilità di essere felici della felicità altrui. Tutto ciò in un modo che non sia quello dello sfruttamento, perversione mortifera dell’interesse personale.
Intercultura come inter-esse appare la formula in cui una relazione tra i saperi può germogliare. Non c’è forse altro modo per districarsi dall’amalgama delle idee che ruotano attorno a un termine come intercultura, se non nel riconoscere nel nostro stesso essere soggetti, in tutto ciò che operiamo, una relazione stringente con l’essere dell’altro, in particolar modo con la capacità intrinseca di generare che è quella del vivente.
Senza qui sfiorare la questione di genere, che spero in qualche modo poter attraversare gli interventi tanto del barcamp Intercultur@ quanto quello del Momcamp, si tratterebbe di comprendere, questo sì assieme, come l’esperienza del generare sia compatibile con quella del produrre, senza delegare ai generi oneri, estratti dalle preistorie culturali o dalle spinte alla declassazione sociale delle metropoli contemporanee.
E per compatibilità s’intende forse quella relazione tra le passioni senza la quale non sarebbe possibile nemmeno una ricerca della conoscenza. Universitaria o umana che sia. (SB)